Tornando a casa dal lavoro, come
uno dei mille bruchi che si sfanno
nel grigiore caotico e ordinario
della grande città, ti ritrovavo
talvolta con la nostalgia confusa
del tempo che si dissipa. Tu eri
la sala fumo, l’angolo ovattato
della trincea lontano dalla mischia.
E mi vedevo in una mia futura
e improbabile fantabiografia
come il fuggiasco che si fa straziare
le carni dalle schegge, attraversando
un terreno minato. Poi giungevo
a sera lacerato fino a te
che eri il mio ciclo castigato.
Un giorno
temei che il mio cammino si dovesse
prosciugare fra quelle brutte case
ordinate, quei tram, quel rassegnato
spegnersi lentamente.
Ebbi paura
dell’abituale. E mi imbarcai nel flusso
disordinato della ritirata.
Ma ritornare indietro ci fa offrire
il corpo a nuove schegge. Inutilmente.
Un me senza una te quali lanterne
hanno per riconoscere una strada
che è tutta dentro?
Fuori c’è un vociare
frastornato che imbambola. Che oscura.
